Alessio: Marco, negli ultimi tempi si parla molto di trasparenza retributiva e delle nuove norme europee che entreranno in vigore nel 2026. Come vedi questo tema, anche in ottica svizzera?
Marco: È sicuramente un tema attuale e destinato a crescere d’importanza. Anche se la Svizzera non è parte dell’Unione Europea, credo che sarà comunque impattata dalle nuove regole. Già oggi le multinazionali presenti sul territorio svizzero, se hanno sedi anche in paesi UE, difficilmente creeranno sistemi separati solo per la Svizzera: tenderanno ad uniformare i processi di trasparenza salariale in tutte le sedi.
Alessio: Esatto. E questo potrebbe avere effetti molto pratici. Una parte interessante è come la trasparenza retributiva potrebbe spingere alcune aziende ad aumentare l’automazione dei processi, per ridurre i costi legati al personale. Prima, in contesti meno trasparenti, magari si poteva sfruttare il lavoro manuale a basso costo, mentre ora, sapendo che ogni salario dovrà essere più chiaro e tracciabile, l’automazione diventa una leva ancora più forte.
Marco: Sono d’accordo. L’automazione è comunque un trend già avviato, soprattutto in Svizzera dove i salari sono alti e la competitività è una priorità. Però la trasparenza retributiva potrebbe accelerare questa trasformazione, spingendo le aziende a valutare soluzioni più tecnologiche per mantenere margini sostenibili.
Alessio: È interessante anche il possibile impatto sui falsi freelance, un fenomeno molto presente in Italia. In Svizzera lo scenario è diverso?
Marco: In Svizzera il fenomeno è meno marcato rispetto all’Italia, perché ci sono più controlli e il sistema è meno permissivo verso certe “scorciatoie”. Però il tema resta rilevante: se la normativa UE sulla trasparenza retributiva diventerà uno standard anche per lavorare con partner europei, anche le aziende svizzere potrebbero trovarsi obbligate a rendere più trasparente non solo la situazione dei dipendenti, ma anche quella dei collaboratori esterni.
Alessio: E il tema culturale? In Svizzera parlare di stipendi è ancora un tabù?
Marco: Moltissimo. In Svizzera la discrezione sui salari è quasi sacra: non se ne parla neanche tra amici o colleghi. L’unica persona che sa quanto guadagni, estremizzando, è il tuo coniuge o il tuo datore di lavoro. In Germania, invece, è molto diverso: lì c’è maggiore trasparenza e persino orgoglio nel mostrare status economico. È un aspetto culturale profondissimo. Però le nuove generazioni stanno cambiando anche questo in Svizzera: la Gen Z è molto più aperta e ci sono già startup che adottano politiche di totale trasparenza salariale.
Alessio: Oltre agli aspetti economici, il tema della trasparenza retributiva nasce anche per combattere il gender pay gap. Come vedi la situazione in Svizzera?
Marco: Il gap esiste anche in Svizzera, sebbene in misura un po’ inferiore rispetto ad altri paesi europei, almeno per quanto leggo e vedo nella mia esperienza. È un tema di cui si discute molto, soprattutto ai livelli più alti delle aziende, come nei consigli di amministrazione, dove la presenza femminile è ancora molto bassa. Quindi la normativa europea, anche se non obbligatoria in Svizzera, potrebbe diventare uno stimolo per accelerare la parità salariale anche qui.
Alessio: E pensi che la Svizzera possa essere costretta ad allinearsi, anche per motivi economici?
Marco: Sicuramente. Anche le aziende svizzere potrebbero essere escluse da determinate collaborazioni o forniture in Europa se non garantiranno lo stesso livello di trasparenza. Penso a fenomeni già avvenuti in passato, come la tracciabilità di materie prime “eticamente corrette”. La trasparenza retributiva diventerà un elemento competitivo, non solo etico.
Alessio: Mi colpisce come in Svizzera la trasparenza retributiva possa trasformarsi in uno strumento non solo di giustizia sociale, ma anche di governance economica locale. Immagina se i dati sui salari potessero servire a indirizzare politiche mirate, per esempio in cantoni dove emergono squilibri salariali di genere o di settore.
Marco: Sarebbe uno sviluppo molto interessante. E in Svizzera, dove il sistema è federale e ben organizzato, ci sarebbero anche le strutture per usare quei dati in modo intelligente. Ma tutto dipenderà da quanto in profondità andrà la normativa e da quanto la Svizzera deciderà di aderire o meno, culturalmente e legalmente.
Alessio: Allora possiamo dire che la trasparenza retributiva è sia una sfida culturale sia una leva di modernizzazione economica, anche per la Svizzera?
Marco: Esatto. Secondo me, è un trend inarrestabile, che porterà trasparenza ma anche profonde riflessioni su automazione, equità e gestione del personale. Ed è un tema che vale la pena approfondire e divulgare, perché riguarda il futuro stesso delle aziende e delle persone, anche in Svizzera.

Mi occupo di comunicazione strategica, innovazione digitale e progettazione di processi intelligenti. Dopo una formazione in Relazioni Pubbliche e un Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication alla IULM di Milano, ho costruito la mia carriera al crocevia tra marketing, dati e tecnologia.
Negli anni ho lavorato per realtà come Edison e Id-entity, guidando progetti digitali per brand internazionali come Vodafone, Lenovo e MediaMarkt. Dopo un’esperienza intensa nel settore del gaming online, nel 2025 ho co-fondato L45 Suisse, un’agenzia con sede a Lugano che aiuta le aziende a crescere senza perdere la propria identità. Oggi mi dedico a integrare intelligenza collettiva e intelligenza artificiale per trasformare la cultura aziendale in un vantaggio competitivo.
Credo che la vera innovazione non sia (solo) questione di tecnologie, ma di intenzioni chiare, visione condivisa e sistemi che sappiano evolvere insieme alle persone.
