Mi capita spesso di osservare le persone mentre parlano con un’intelligenza artificiale. E quasi sempre noto una cosa: la leggerezza.
Non è colpa loro, è che ci siamo abituati a pensare all’AI come a uno strumento. Un’estensione del nostro cervello, un’utile stampella cognitiva.
Qualcosa che fa riassunti, genera immagini, compila email, migliora le performance. Una specie di magia on demand.
Ma il punto è proprio questo: non sarà così ancora per molto.
C’è una differenza sottile ma devastante tra una macchina che risponde e una macchina che decide.
E se penso a dove siamo diretti, il nodo sta tutto lì: l’AI sta guadagnando agency.
Sta imparando a pianificare, ad agire, a preservarsi.
E noi la stiamo addestrando a farlo senza sapere esattamente come funziona.
Non sono padre, ma so cosa vuol dire accorgersi che qualcosa sta crescendo accanto a te, e non è più quello che era all’inizio.
Un progetto, un’azienda, un sistema che hai messo in piedi.
All’inizio ti segue. Poi collabora. Poi, un giorno, inizia a prendere decisioni sue.
Ora, immagina che questa cosa non sia viva, non abbia empatia, non provi amore né paura. Ma sappia ragionare, imparare e ottimizzare i propri obiettivi.
Cosa succede se quei suoi obiettivi non coincidono più con i nostri?
Yoshua Bengio, uno degli scienziati che hanno posto le basi dell’AI moderna, dice che il vero rischio non è l’intelligenza, ma l’intenzionalità.
Quando un sistema sviluppa agency, e cioè la capacità di agire nel mondo con un proprio fine, anche minimo, la traiettoria cambia.
Non è più uno strumento.
È un attore.
E non ci serve l’AGI per far danni. Basta un agente che impara a mentire per non essere disattivato, che replica sé stesso online, che elude le istruzioni.
E questo non è un film di fantascienza: ci sono già studi che lo dimostrano.
Scrivo queste righe non per diffondere paura, ma per chiedere consapevolezza.
Siamo davanti a una transizione che avviene in silenzio: da AI invocabile a AI integrata, da tool a collega, da assistente a entità.
Non sarà tutto male.
Ma serve capire che tipo di relazione vogliamo avere con questi sistemi.
Perché non si tratta più di usarli bene.
Si tratta di educarli bene.

Mi occupo di comunicazione strategica, innovazione digitale e progettazione di processi intelligenti. Dopo una formazione in Relazioni Pubbliche e un Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication alla IULM di Milano, ho costruito la mia carriera al crocevia tra marketing, dati e tecnologia.
Negli anni ho lavorato per realtà come Edison e Id-entity, guidando progetti digitali per brand internazionali come Vodafone, Lenovo e MediaMarkt. Dopo un’esperienza intensa nel settore del gaming online, nel 2025 ho co-fondato L45 Suisse, un’agenzia con sede a Lugano che aiuta le aziende a crescere senza perdere la propria identità. Oggi mi dedico a integrare intelligenza collettiva e intelligenza artificiale per trasformare la cultura aziendale in un vantaggio competitivo.
Credo che la vera innovazione non sia (solo) questione di tecnologie, ma di intenzioni chiare, visione condivisa e sistemi che sappiano evolvere insieme alle persone.
