Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una clip di Yuval Noah Harari. Non è la prima volta, ovviamente. Ma questa volta qualcosa mi ha fermato. Mi ha fatto mettere in pausa – letteralmente – e ricominciare dall’inizio.
Ho voluto condividerla, con una riflessione.
Non perché Harari sia un nemico. Non perché le sue idee siano da demonizzare. Ma perché il pensiero che sta diffondendo – con milioni di libri venduti, con le sue apparizioni al World Economic Forum, con la sua presenza nei circoli del potere globale – ha implicazioni concrete che meritano di essere guardate in faccia, senza filtri.
Cosa dice Harari, in sintesi
Per chi non lo conosce: Yuval Noah Harari è l’autore di Sapiens, Homo Deus e 21 lezioni per il XXI secolo. Studia il passato per interpretare il futuro. E il futuro che descrive è dominato da tecnologia, dati e intelligenza artificiale.
La sua tesi centrale, detta in modo diretto, è questa: l’essere umano è un algoritmo biologico.
Le emozioni? Reazioni chimiche. Le decisioni? Processi prevedibili. Il libero arbitrio? Un’illusione. Dio? Una storia che ci siamo raccontati.
Nelle sue parole, che potete ascoltare direttamente nel video:
“La maggior parte delle persone sarà disposta a rinunciare alla propria privacy in cambio di una sanità molto migliore, basata su un monitoraggio continuo di ciò che accade all’interno del nostro corpo.“
“Questa è la fine della storia umana – non la fine della storia, ma la fine della storia dominata dagli esseri umani. Continuerà, ma qualcun altro sarà al controllo.”
“Le aziende come Apple e Google avranno montagne di dati sul tuo corpo, sui tuoi affari più privati e sulle tue condizioni. Noi esseri umani dovremmo abituarci all’idea di non essere più misteriosi.”
Parole precise. Costruite con cura. Pronunciate di fronte ai leader mondiali.
Il vero problema non è se ha ragione o torto
Potremmo aprire un dibattito filosofico su ogni singola affermazione. E sarebbe un dibattito legittimo.
Ma c’è una domanda più urgente. E più pratica.
Se l’essere umano diventa un dato, chi diventa il suo programmatore?
Perché se accettiamo la premessa che siamo algoritmi biologici hackabili allora chi ha accesso al codice ha accesso a noi. Chi controlla i dati controlla i comportamenti. Chi costruisce gli algoritmi definisce i desideri.
E questo non è fantascienza. Sta già accadendo, ogni volta che uno strumento digitale modella le nostre abitudini, i nostri acquisti, le nostre opinioni, le nostre paure.
Quello che Harari descrive non è solo una previsione. È anche una legittimazione culturale di un sistema in cui la sovranità individuale si svuota di significato – e qualcun altro riempie quel vuoto.
Il punto che la narrazione dominante non vuole toccare
C’è qualcosa che raramente si dice, nei convegni sul futuro dell’AI, nelle conferenze del World Economic Forum, nei podcast di business più seguiti.
Ed è questo: il modo in cui definiamo l’essere umano non è una questione tecnica. È una questione politica.
Se diciamo che l’essere umano è un algoritmo, stiamo già decidendo che può essere ottimizzato, gestito, monitorato, ri-programmato. Stiamo aprendo una porta enorme e chi la attraverserà per primo non sarà necessariamente chi ha i tuoi interessi a cuore.
Se diciamo invece che l’essere umano è qualcosa di più complesso, di non riducibile ai suoi dati, di non completamente misurabile allora stiamo costruendo una difesa. Non romantica. Non anti-tecnologica. Una difesa culturale, prima ancora che legale o tecnica.
Due visioni del mondo. Due futuri diversi.
Faccio mia una riflessione che mi accompagna da tempo:
Se ci definiamo come esseri umani solo nella materia, allora Harari potrebbe avere ragione. Siamo circuiti. Siamo pattern. Siamo dati.
Se invece ci consideriamo come esseri che attraversano questa esperienza umana per qualcosa di più profondo per crescere, per costruire relazioni, per dare significato allora la storia è diversa e chi ci vuole ridurre a un dataset perde il punto centrale di ciò che siamo.
Non sto parlando di religione. Sto parlando di antropologia applicata alle scelte tecnologiche.
Perché da come rispondiamo a questa domanda dipendono le politiche sull’AI che costruiremo, i sistemi di governance che accetteremo, il tipo di aziende che sceglieremo di essere.
Cosa c’entra tutto questo con il lavoro che facciamo
In L45 Suisse lavoriamo ogni giorno con l’intelligenza artificiale. La integriamo nei processi. La usiamo per costruire sistemi più efficienti. La proponiamo ai nostri clienti come leva reale di trasformazione.
Ma partiamo sempre da una premessa che non negoziamo: la tecnologia serve l’essere umano, non lo sostituisce e non lo definisce.
Non perché siamo romantici. Ma perché è la scelta più intelligente sul piano pratico, prima ancora che etico.
Un’azienda che riduce le proprie persone a indicatori di performance da ottimizzare non sta costruendo un vantaggio competitivo. Sta costruendo fragilità. Sta perdendo ciò che nessun algoritmo può replicare: giudizio, fiducia, responsabilità, senso.
Harari ha portato alla luce dinamiche reali e urgenti. Il merito è innegabile. Ma la risposta non può essere l’accettazione passiva di un futuro in cui siamo dati da gestire.
La risposta è costruire adesso: sistemi, culture e organizzazioni in cui la tecnologia amplifica il potenziale umano invece di svuotarlo.
Una domanda per chiudere e per aprire
Se domani un algoritmo potesse prendere tutte le tue decisioni meglio di te, più velocemente, con meno errori, con più dati, lo lasceresti fare?
E se sì, cosa rimarrebbe di te?
Questa non è una domanda retorica. È la domanda che ogni imprenditore, ogni manager, ogni persona che lavora con l’AI dovrebbe portarsi a casa. Prima che qualcun altro risponda al posto suo.

Mi occupo di comunicazione strategica, innovazione digitale e progettazione di processi intelligenti. Dopo una formazione in Relazioni Pubbliche e un Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication alla IULM di Milano, ho costruito la mia carriera al crocevia tra marketing, dati e tecnologia.
Negli anni ho lavorato per realtà come Edison e Id-entity, guidando progetti digitali per brand internazionali come Vodafone, Lenovo e MediaMarkt. Dopo un’esperienza intensa nel settore del gaming online, nel 2025 ho co-fondato L45 Suisse, un’agenzia con sede a Lugano che aiuta le aziende a crescere senza perdere la propria identità. Oggi mi dedico a integrare intelligenza collettiva e intelligenza artificiale per trasformare la cultura aziendale in un vantaggio competitivo.
Credo che la vera innovazione non sia (solo) questione di tecnologie, ma di intenzioni chiare, visione condivisa e sistemi che sappiano evolvere insieme alle persone.
