Cosa sta succedendo ai giganti della tecnologia? Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un crollo senza precedenti del valore di molte aziende software, da Microsoft ad Amazon, da Snowflake a SAP. Il colpevole indicato da analisti e manager è uno solo: l’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale (AI) e dei nuovi agenti AI autonomi. È un paradosso dell’efficienza: più il software diventa intelligente, meno software “tradizionale” si vende. Vi spiego perché e perché 9 mesi fa ho fondato L45 Suisse proprio in previsione di questo scenario.
Un agente AI tuttofare che fa tremare l’industria
Tutto è iniziato con il lancio di Claude CoWork di Anthropic: un agente AI capace di svolgere praticamente qualsiasi compito da “impiegato digitale”. Non stiamo parlando del solito chatbot conversazionale, ma di un assistente in grado di operare sui nostri file, creare documenti e portare a termine compiti in autonomia. Giusto per capire la portata: Claude CoWork può riordinare cartelle, generare un foglio Excel con l’elenco delle spese partendo da foto di ricevute, oppure scrivere una bozza di rapporto partendo da appunti sparsi, il tutto senza intervento umano, se non per dare il comando iniziale e supervisionare. In pratica, un unico agente AI può fare il lavoro di interi team amministrativi: preparare presentazioni, analizzare report, leggere PDF e inserirne i dati in un foglio di calcolo, il tutto con velocità e precisione crescenti.
Non a caso, oggi quasi tutti gli attori del settore corrono ad integrare agenti simili nei loro prodotti. Dalla stessa OpenAI (che con ChatGPT ha introdotto plugin e funzioni di Code Interpreter per automatizzare analisi di dati e documenti) fino a Salesforce (che ha lanciato l’agente “Agentforce” per il supporto clienti), tutti spingono in questa direzione. Il messaggio è chiaro: gli agenti AI stanno passando da “assistenti personali” a veri e propri colleghi digitali, capaci di usare il computer quasi come farebbe una persona. Come descrive lo scenario elaborato dagli esperti, “le AI di inizio 2026 funzionano più come dipendenti che come assistenti: prendono istruzioni via Slack o Teams e apportano modifiche sostanziali al codice da soli” . Insomma, l’AI sta scalando la marcia: da curiosità tecnologica a forza lavoro autonoma.
Il crollo del modello a licenze: perché vendere software non basta più
Questa evoluzione ha innescato quello che in molti chiamano il “paradosso dell’efficienza”: più software intelligente installiamo, meno abbiamo bisogno di dipendenti umani e dunque meno licenze software riusciamo a vendere . Sembra una contraddizione, ma pensiamoci: per decenni il modello di business del software enterprise si è basato sulle licenze per utente. Più impiegati aveva un’azienda, più copie di Windows, Office, SAP, Photoshop e via dicendo acquistava. Era una crescita quasi garantita. Oggi quel legame si sta spezzando: “gli agenti AI hanno dissociato la produttività dal lavoro umano”, dicono sempre più report. Se un singolo agente AI può sostituire il lavoro di 5, 10 o 50 persone, le aziende non hanno motivo di continuare a pagare decine di licenze per postazione. Il tradizionale modello “per-seat” sta morendo, sostituito (forse) da modelli a consumo o basati sul risultato.
Le conseguenze sono tangibili sul mercato finanziario. Negli ultimi quattro mesi c’è stata la peggiore caduta di valutazione dell’indice software dai tempi della bolla dot-com: il rapporto prezzo/utili medio del settore SaaS si è dimezzato, scendendo dai multipli astronomici degli anni scorsi a livelli più sobri. Gli investitori hanno improvvisamente realizzato che “l’AI non è solo una feature in più da vendere, ma una minaccia strutturale al modello di licenze per utente” . Tutto questo mentre fino a pochi mesi fa regnava l’euforia generativa (bastava annunciare una funzione AI per vedere le azioni salire). Ora invece è scoppiata l’“AI-realismo”: i mercati chiedono numeri concreti su come l’AI contribuisce ai ricavi e iniziano a dubitare della sostenibilità a lungo termine di certi modelli di business .
Gli esempi abbondano. Salesforce e Workday, pilastri del software aziendale, hanno visto i clienti chiedere forti sconti o rescissioni anticipando riduzioni di personale grazie all’AI. Adobe, un tempo monopolista incontrastato nel design, ha visto la sua valutazione precipitare al minimo da un decennio: deve spendere miliardi in chip Nvidia per potenziare la sua AI generativa Firefly, mentre la sua utenza professionale viene erosa da competitor AI-native molto più economici come Canva e Midjourney. In altre parole, l’AI sta commoditizzando il software applicativo: perché pagare costosi abbonamenti per Photoshop se un modello generativo online (magari gratuito o a basso costo) crea immagini quasi comparabili?
Persino il colosso Microsoft, che pure è all’avanguardia nell’AI con OpenAI e Azure, non è immune al nuovo scenario. Le sue azioni hanno tenuto meglio di altre, ma sono comunque in calo e alcuni analisti segnalano rischi all’orizzonte: quasi metà del backlog di contratti commerciali Microsoft ora dipende dall’ecosistema OpenAI. In sintesi, anche per Redmond vale il monito: non dare per scontati i vecchi flussi di ricavi. Aziende come Snowflake, poi, stanno facendo fatica a convincere il mercato che i loro costosi servizi di data warehousing avranno ancora margine in un’epoca in cui l’AI fa da padrona, divorando risorse computazionali ma anche ottimizzando molte analisi dati in-house .
A livello strategico, sta cambiando tutto. Si parla già di un passaggio dai prodotti “per umani” a piattaforme pensate per agenti AI autonomi. Le software house dovranno ripensare prezzi e modelli: ad esempio, far pagare a consumo per task completato invece che per utente, un cambiamento epocale che potrebbe creare vuoti di ricavi a breve termine finché il nuovo sistema non raggiunge volumi sufficienti. Nel frattempo, gli investitori fuggono dai titoli software tradizionali per rifugiarsi altrove (chip, infrastrutture, persino settori come energia e costruzioni), convinti che la festa del software facile sia finita. “Il settore non sta morendo, ma sta rinascendo in altra forma e la transizione sarà dolorosa”, concludono sempre più report.
Big Tech in panico: meno dipendenti, meno licenze (e più AI)
Oltre ai numeri di Borsa, c’è un altro indicatore del panico in corso: i licenziamenti e le riorganizzazioni annunciati da molte big tech, con l’AI citata come causa o come scusa. Negli Stati Uniti, il 41% delle aziende prevede di ridurre il personale nei prossimi 5 anni proprio a causa dell’AI, secondo il World Economic Forum. E in effetti sta già accadendo. IBM ad esempio ha sostituito centinaia di dipendenti delle risorse umane con sistemi AI e il suo CEO Arvind Krishna stima che “fino al 30% di quelle mansioni potranno essere rimpiazzate dall’AI nel giro di cinque anni” . HP ha dichiarato che nei prossimi anni taglierà fino a 6.000 posti (quasi il 10% della forza lavoro) grazie a misure di produttività guidate dall’AI. Perfino il CEO di Amazon, Andy Jassy, ha ammesso che i guadagni di efficienza da AI ridurranno la forza lavoro della società in futuro anche se per ora nega che i recenti 14.000 licenziamenti annunciati siano “colpa dell’AI”.
La parola d’ordine nelle boardroom è diventata “snellire nell’era dell’AI”. Non sorprende che anche le società di consulenza e servizi IT si stiano adeguando. Accenture, per dirne una, ha annunciato un investimento di 3 miliardi di dollari per raddoppiare le competenze AI interne, mentre in parallelo ha avviato il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro tradizionali. La logica è chiara: meno teste umane da gestire, più algoritmi da addestrare.
Un caso emblematico è Salesforce, leader dei CRM: il CEO Marc Benioff ha rivelato di aver usato proprio un agente AI (il citato Agentforce) per ristrutturare il supporto clienti, riducendo il team di supporto da 9.000 a 5.000 persone senza perdere efficienza. In pratica l’AI ha tagliato di quasi la metà un intero reparto e Salesforce non ha più necessità di assumere per quelle mansioni. Analogamente, il CEO di Klarna (servizi fintech) afferma che grazie all’AI la sua azienda “potrebbe operare efficacemente con la metà dei dipendenti attuali” . Il fondatore di Fiverr (piattaforma freelance) è stato ancora più schietto, dicendo ai dipendenti in una memo interna: “l’AI sta venendo per il vostro posto di lavoro”, giustificando un taglio del 30% del personale e annunciando che d’ora in poi assumerà solo persone che sanno utilizzare l’AI .
Questi segnali hanno generato dibattito e timori diffusi anche nell’opinione pubblica. Negli Stati Uniti si sono già viste le prime proteste di lavoratori contro l’automazione AI: uno scenario ipotizzato dal progetto AI 2027 immagina manifestazioni di massa con decine di migliaia di persone spaventate dall’ondata di automazione. Non siamo così lontani da quella realtà: chi oggi sta perdendo il posto a causa di un algoritmo comprende bene la frustrazione di vedersi rimpiazzato da una macchina. Allo stesso tempo, nuove figure professionali emergono (manager di team di AI, prompt engineer, supervisori etici, ecc.), creando una dinamica complessa di distruzione e creazione di lavoro. Il messaggio ai lavoratori è duro ma chiaro: bisogna sapersi reinventare nell’era dell’AI. Come ha detto il CEO di Fiverr, “se non affilate le armi (leggi: competenze AI), resterete indietro” .
Anticipare il futuro: la visione di L45 Suisse
Di fronte a questo panorama: aziende in crisi di identità, modelli di business da reinventare e lavoratori in allarme cosa si può fare? La mia risposta è stata fondare L45 Suisse. Nove mesi fa, quando abbiamo avviato la sede svizzera di L45, avevamo già intravisto questi segnali. Sapevamo che l’AI avrebbe travolto le vecchie certezze nel campo della comunicazione e del software e che le aziende avrebbero avuto bisogno di una guida per navigare la trasformazione. L45 Suisse è nata con una missione precisa: unire la comunicazione d’impresa con l’innovazione tecnologica, in particolare l’AI e l’automazione, per aiutare le organizzazioni a crescere in modo sostenibile anche in questo nuovo contesto (non a caso il nostro mantra è integrare AI, branding e processi aziendali in leve strategiche di crescita).
Essere lungimiranti oggi significa abbracciare l’AI senza paura, ma con un piano. Vuol dire ripensare i modelli organizzativi: se alcune mansioni ripetitive possono essere delegate alle macchine, liberiamo le persone per attività a maggior valore aggiunto. Vuol dire anche ripensare i modelli di business: non più vendere solo software e ore-uomo, ma risultati, soluzioni “as-a-service” e prodotti co-creati con l’AI. Chi saprà per primo “trasformarsi da fornitore di strumenti per umani a piattaforma per agenti autonomi” sarà il vincitore di domani.
In L45 Suisse credevamo in questa visione già in tempi non sospetti e oggi la vediamo realizzarsi sotto i nostri occhi. Certo, la transizione non è indolore: richiede coraggio, investimenti e formazione continua. Ma farsi trovare impreparati non è un’opzione. La storia ci insegna che in ogni rivoluzione industriale chi si ostina a combattere il cambiamento invece di governarlo è destinato a soccombere. Al contrario, chi anticipa i trend e scommette sull’innovazione raccoglie i frutti maggiori.
In conclusione, il terremoto provocato dall’AI nel mercato tech è solo all’inizio. I prossimi mesi porteranno probabilmente altre turbolenze, consolidamenti e sorprese. Come manager e imprenditori, non possiamo permetterci di reagire con panico o miopia. Dobbiamo piuttosto aprire un dibattito costruttivo su come ridisegnare il futuro del lavoro e del business con l’AI al nostro fianco e non come nemica, ma come alleata. È esattamente questo il dibattito che vogliamo stimolare in L45 Suisse, condividendo visioni e strategie. Avevamo previsto la tempesta e preparato la rotta; adesso siamo qui per aiutare altri a navigarla. E voi, siete pronti a salpare nel nuovo mondo dell’intelligenza artificiale?

Mi occupo di comunicazione strategica, innovazione digitale e progettazione di processi intelligenti. Dopo una formazione in Relazioni Pubbliche e un Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication alla IULM di Milano, ho costruito la mia carriera al crocevia tra marketing, dati e tecnologia.
Negli anni ho lavorato per realtà come Edison e Id-entity, guidando progetti digitali per brand internazionali come Vodafone, Lenovo e MediaMarkt. Dopo un’esperienza intensa nel settore del gaming online, nel 2025 ho co-fondato L45 Suisse, un’agenzia con sede a Lugano che aiuta le aziende a crescere senza perdere la propria identità. Oggi mi dedico a integrare intelligenza collettiva e intelligenza artificiale per trasformare la cultura aziendale in un vantaggio competitivo.
Credo che la vera innovazione non sia (solo) questione di tecnologie, ma di intenzioni chiare, visione condivisa e sistemi che sappiano evolvere insieme alle persone.
