Settimana scorsa un cliente mi ha mandato un link al volo, tra una call e l’altra: “hai visto che il Papa ha scritto un documento intero sull’IA?”. L’ho letto tutto. E onestamente sono uscito con sentimenti opposti.

Si chiama Magnifica Humanitas, l’ha firmata Leone XIV il 15 maggio 2026. Ci sono passaggi lucidissimi su potere, dati e concentrazione tecnologica e ci sono passaggi che, letti con gli occhi di chi l’IA la usa tutti i giorni per lavoro, suonano come lo stesso disco già sentito quando la Chiesa guardava con sospetto la Rivoluzione Industriale.
La parte giusta: nessun algoritmo è neutro
Il punto più solido del documento è anche il più semplice: non esiste un’IA neutra. Ogni sistema porta dentro le scelte di chi lo ha progettato – cosa misura, cosa ignora, cosa ottimizza. Questo è vero, è verificabile e in L45 Suisse lo trattiamo come un punto di partenza tecnico, non come un dilemma morale: quando progettiamo un sistema per un cliente, la prima domanda è sempre “cosa stiamo decidendo di valorizzare”. Su questo l’enciclica ha ragione, e lo dice meglio di tanti white paper del settore.
Anche il tema della concentrazione del potere nelle mani di pochi attori privati – più forti, in certi casi, di interi Stati – è un’osservazione corretta e attuale. Nessuno sano di mente lo nega.
La parte che non mi convince: la curva di apprendimento non è il nemico
Dove il testo scivola nell’oscurantismo è quando tratta il limite, la fatica, la lentezza come valori da preservare in quanto tali, quasi che la velocità con cui oggi acquisiamo competenze fosse un furto, non un’evoluzione.
L’IA non sta togliendo niente all’umanità. Sta spostando la curva di apprendimento, esattamente come ha fatto ogni rivoluzione tecnologica prima di lei: la stampa, l’elettricità, internet. Ogni volta qualcuno – spesso un’istituzione che si sentiva minacciata nel proprio ruolo di intermediario tra le persone e la conoscenza – ha detto che si stava perdendo qualcosa di essenziale. La Chiesa ha fatto esattamente questo con la Rivoluzione Industriale: ha visto la macchina come minaccia al lavoro come “vocazione”, prima di arrivare, decenni dopo, alla Rerum Novarum e ammettere che la tecnica non era il problema.
Qui rischiamo di rifare lo stesso percorso, ma più in fretta: prima il sospetto, poi – tra qualche anno – l’ammissione che si poteva essere meno cauti.
Il problema della citazione “decorativa”
C’è un punto che mi ha irritato in modo specifico: la chiusura cita Tolkien: “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo”, come se bastasse un riferimento pop per sembrare in dialogo con la cultura contemporanea. Ma la frase, decontestualizzata, dice l’esatto contrario di quello che serve oggi a chi lavora con la tecnologia: non è vero che dobbiamo accontentarci del nostro piccolo campo. Chi fa impresa con l’IA oggi deve avere l’ambizione di navigare la marea, non di limitarsi a curare l’orticello. Citare un autore amato dal pubblico giovane non rende un testo meno cauto nei contenuti: è un’operazione di immagine, non di sostanza.
Dove però vale la pena ascoltare
Detto questo, non butterei via tutto. Il monito sul lavoro (l’idea che i sistemi di IA spesso costringano le persone ad adattarsi al ritmo della macchina, invece che il contrario) è un problema reale che vediamo nei progetti dei nostri clienti e il richiamo a chi progetta questi sistemi, perché si assuma la responsabilità di quello che costruisce, è sano: non perché l’IA debba essere “più morale”, ma perché chi la costruisce senza pensare alle conseguenze produce sistemi peggiori, non solo eticamente discutibili.
La nostra posizione
In L45 Suisse lavoriamo con l’IA tutti i giorni e la nostra visione è semplice: la tecnologia non sostituisce le persone, ma chi non la adotta in fretta sostituisce se stesso con chi lo fa. Il limite non va celebrato come virtù, va gestito come variabile. La velocità non è il nemico della dignità: la lentezza non protegge nessuno, semplicemente lascia indietro chi la subisce.
Una domanda per chiudere, questa volta senza prendere in prestito nessuna citazione: se la curva di apprendimento si accorcia, la vera domanda non è se dobbiamo frenarla, ma chi resta escluso se non la sappiamo guidare.
L’enciclica completa è disponibile sul sito della Santa Sede. Questo articolo riprende solo alcuni dei passaggi che ci sono sembrati più rilevanti e più discutibili per chi, come noi, lavora ogni giorno all’incrocio tra tecnologia e impresa.

Mi occupo di comunicazione strategica, innovazione digitale e progettazione di processi intelligenti. Dopo una formazione in Relazioni Pubbliche e un Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication alla IULM di Milano, ho costruito la mia carriera al crocevia tra marketing, dati e tecnologia.
Negli anni ho lavorato per realtà come Edison e Id-entity, guidando progetti digitali per brand internazionali come Vodafone, Lenovo e MediaMarkt. Dopo un’esperienza intensa nel settore del gaming online, nel 2025 ho co-fondato L45 Suisse, un’agenzia con sede a Lugano che aiuta le aziende a crescere senza perdere la propria identità. Oggi mi dedico a integrare intelligenza collettiva e intelligenza artificiale per trasformare la cultura aziendale in un vantaggio competitivo.
Credo che la vera innovazione non sia (solo) questione di tecnologie, ma di intenzioni chiare, visione condivisa e sistemi che sappiano evolvere insieme alle persone.
